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Dalla sua nascita, alla fine degli anni '70, a oggi, il knowledge management (KM) [1] costituisce un fenomeno in crescita continua e incrementale, accelerata negli ultimi tempi sia dal radicarsi della globalizzazione come fattore di sviluppo sia dal diffondersi di Internet come mezzo principale non solo di comunicazione, ma anche, forse soprattutto, come realtà epistemica di nuovo genere, quasi un nuovo soggetto pensante che si muove in una realtà ideale, auto-costruita [2]. È poi lo stesso crescere esponenziale della quantità (non sempre della qualità) dell'informazione, insieme con la tendenza alla sua destrutturazione e con l'evanescenza sempre più spinta dei suoi supporti, a rendere necessaria la sperimentazione di nuovi strumenti per gestire non solo la trasmissione del pensiero ma anche i modi e le forme dell'organizzazione economica e sociale. Il ruolo centrale assunto dalla conoscenza, come nuova (e forse principale) forma di capitale aziendale, ha determinato una nuova combinazione, anche nei corsi universitarî, dell'ingegneria del software via via con la gnoseologia, con la logica, con la linguistica, con la psicologia, con la teoria dell'informazione, fino a presentarsi come disciplina autonoma e come sostrato produttivo di un nuovo genere di lavoratore: il knowledge worker, appunto, che si sta anzi proponendo come vero e proprio nuovo ceto sociale [3]. Il
fatto che i
sistemi di gestione
di conoscenza,
usciti dai tradizionali
àmbiti
della ricerca
e della sperimentazione,
si stiano trasformando
in sistemi applicativi
d'interesse
strategico,
sussunti dalle
organizzazioni
più sensibili
all'innovazione,
può dar
conto di risultati
del KM che appaiono,
a dir poco,
strabilianti,
se imprese come
IBM o RankXerox,
per non citarne
che un paio,
hanno potuto
incrementare
i loro profitti
di percentuali
a stento credibili.
Ci sono, dietro
tutto ciò,
le grandi trasformazioni
che stanno vivendo
le organizzazioni
(soprattutto
quelle business
oriented, ma
anche le altre)
nel passaggio
da una concezione
del mondo tipica
di sistemi chiusi
(corrispettivo
dell'azienda
tayloristica),
per i quali
la conoscenza
poteva essere
definita in
modo assoluto,
a sistemi che
pongono invece
l'enfasi sulla
dinamica dei
processi umani,
e quindi sul
processo
di comunicazione,
come elemento
fondamentale
della costruzione
del senso [4].
La stessa Intelligenza
Artificiale
sta, di conseguenza,
trasformandosi
(dopo gli entusiasmi
degli anni '80)
da monolitica
in distribuita,
ovvero in sistemi
di agenti intelligenti
cooperanti mediante
una "logica
a moduli"
che consente
un'unione disgiunta
di sistemi,
mediante l'interazione
di una pluralità
di reti di interpretanti.
E gli stessi
economisti stanno
rivedendo le
loro "eterne"
leggi impiegando
nuovi modelli
anche fuzzy
sets, tipicamente
da soft computing
(e potremmo
prendere come
analogia sistemi
di trasformazione
"non rigidi"
come la meccanica
dei fluidi e
dei gas), piuttosto
che modelli,
validi fino
a poco fa) da
hard computing
come la meccanica
dei solidi -
tanto per continuare
a sviluppare
la medesima
analogia -:
si tratta, in
sostanza, di
un ampio indotto
che ha come
perno l'epistemologia
di quel fenomeno
complesso che
è rappresentato
dal passaggio
dal taylorismo
al KM. Dal punto di vista delle applicazioni, il KM tende, parallelamente, a modificare in profondità l'organizzazione del lavoro, non solo di quello orientato al prodotto o al servizio, ma anche di quello scientifico, tipico di università e di enti di ricerca. Non è tuttavia certamente facile trasferire, per esempio alle università, stili e sistemi di organizzazione tipici delle aziende. Vi ostano molti fattori, in parte dipendenti dalla tradizione, in parte da differenze psicologiche e in parte da caratteristiche strutturali. I cómpiti di un amministratore, per esempio, non sono identici a quelli di un ricercatore, ed è una differenza che rettori, direttori di dipartimento, presidi, (ma anche dirigenti, bibliotecarî, ecc.) sperimentano quotidianamente [5]. Le differenze diminuiscono nel caso di enti di ricerca, per i quali il rapporto dell'organizzazione con il prodotto è più diretto e meno soggetto a variabili individuali. Di fronte alle trasformazioni in atto nelle università non solo italiane, tuttavia, il ricorso a una tecnologia sociale come il KM può contribuire ad aumentare consapevolezza dei fini ed efficacia dei risultati in queste "macchine della conoscenza" che sono gli enti universitari e di ricerca. La
"chiave"
dell'operazione
risiede nel
concetto di
lavoro collaborativo,
specialmente
così
come esso si
configura in
un àmbito
di tecnologia
avanzata dell'informazione,
sul che è
necessario spendere
un breve approfondimento.
Inserire il
lavoro collaborativo
in un'organizzazione
destinata al
profitto può
ingenerare elementi
di discontinuità
e di sovversione
gerarchica,
caratteristica,
questa, invece,
usuale nel mondo
della ricerca.
Choo Chun Wei
[6] ha elaborato
una ormai molto
citata tripartizione
delle professionalità
coinvolte nel
processo di
creazione e
di trasferimento
di conoscenza: Tutte e tre queste professionalità entrano in circolo in una "piramide" (ma va detto che il modello non viene collocato nello spazio ma solo sul piano; è quindi bidimensionale) che va a interagire, in realtà, con una quarta professionalità, se così possiamo chiamarla, quella dell'utente come massimo esperto del dominio il cui interesse preminente consiste nel separare la gestione dell'informazione da quella della tecnologia dell'informazione affinché non venga perduta nell'analisi delle difficoltà dei processi la chiarezza degli obiettivi del sistema che è di fornire l'informazione all'utente/cliente affinché questa divenga conoscenza. In altre parole per Choo l'organizzazione può essere qualificata come "intelligente" non solo quando il vertice aziendale in quanto esperto del dominio vede se stesso come utente (interno) dell'informazione prodotta dal sistema per produrne conoscenza ma anche quando è l'utente esterno del sistema a porre (e controllare con forme istituzionali di collaborazione) scopi e obiettivi all'organizzazione. Questa presenza dell'utente/cliente nei cardini decisionali dell'organizzazione è qualcosa di più del "semplice" feedback con il quale viene "chiuso" il sistema cibernetico: è una retroazione attiva "intelligente" nel senso informatico dell'espressione cioè capace di elaborazioni e di attività autonome. Ciò non può non generare una notevole discontinuità - come abbiamo già accennato - nella gestione corrente dei sistemi informativi tradizionali. Essi non sanno, infatti, di solito, riconoscere facilmente le eccezioni ed è un po' come se tendessero al moto rettilineo uniforme: il messaggio è trattato in modalità mono-dimensionale non problematica presupponendo che parole informazioni e dati posseggano significati univoci per tutti gli attori della comunicazione e trascurando in più gli aspetti simbolici o interpretativi di un messaggio. Il punto chiave sta comunque come sempre nell'information retrieval e nel suo vecchio contraltare istituzionale: l'indicizzazione e la costruzione di sommarî. Questo aspetto strutturale della gestione dell'informazione, affinché possa diventare gestione proattiva di conoscenza, è ben chiaro in tutti coloro che si sono impegnati a introdurre elementi di KM nelle organizzazioni dedicate alla didattica e alla ricerca. Gli esempî non sono ancóra molti, ma si stanno moltiplicando; posso citare l'Oak Ridge National Laboratory, lo University of New Mexico Health Sciences Center, il NIST Office of Information Service, la Welch Medical Library della Johns Hopkins University. In Italia è esemplare il lavoro svolto, ormai quattro anni fa, dall'ENEA [7]. De caso della Cornell University Library e del suo Gateway [8] sentiremo più tardi, per cui è inutile anticipare qui esperienze che sono paradigmatiche e sostanzialmente omogenee. In tutti questi casi, ricercatori e staff lavorano insieme per creare basi di dati specialistiche e strumenti per la gestione della conoscenza in un ambiente elettronico interattivo, seguendo gli specifici bisogni e problemi della comunità degli utenti. Un aspetto, semmai, merita di essere rimarcato, una difficoltà che probabilmente proviene, più che da divergenze strutturali, da abiti e tradizioni consolidate: mi riferisco al fatto che, mentre il KM è orientato al prodotto e (sensibile com'è al valore temporale della conoscenza), è capace di mutare velocemente i proprî scopi al mutare delle esigenze dell'ambiente, le biblioteche tendono a porre un'enfasi maggiore sulle persone e sul permanere dei servizî attivati. Inoltre, mentre la tradizione democratica delle biblioteche fa sì che "tutto debba esser dato a tutti nel medesimo modo", il KM è più focalizzato e selettivo, avvicinandosi maggiormente, in questo, all'etica del documentalista, che lavora non per un pubblico indifferenziato ma, ogni volta, per un utente/cliente (o per un raggruppamento di utenti/clienti) determinato [9]. A questo punto, c'è una domanda finale: com'è possibile, in pratica, il lavoro collaborativo tra professionalità diverse, sia pur coerenti, quando il prodotto da approntare non è un bene o un servizio di consumo, ma un prodotto dell'ingegno come, per esempio, una scoperta scientifica? Chi mai vedrebbe un matematico, per esempio, interagire con il bibliotecario e con l'ingegnere per pubblicare un nuovo saggio? Non so se il matematico potrebbe essere mai della partita, ma posso provare a scendere nei particolari del processo cognitivo che avviene sia nella mente dell'autore e del lettore sia nell'organizzazione istituzionale della conoscenza. Abbiamo
due mondi, quello
della realtà
(che per comodità
chiamiamo "esterna")
e quello del
pensiero, e
sappiamo che
le scienze dell'informazione
lavorano, ovviamente,
sulle realtà
del pensiero:
sostanzialmente,
i documenti
"scritti",
cioè
su pensiero
esplicitato
su un supporto
qualsiasi. Così,
ciò che
per l'azienda
sono il mercato,
la concorrenza,
la gestione
del personale,
l'organizzazione
dei processi
produttivi,
e quant'altro
inerisca alla
volontà
di un'azione
economica "sulla"
natura; in una
parola, ciò
che per l'azienda
è il
cosiddetto "mondo
esterno";
per la biblioteca,
o per il centro
d'informazione
o documentazione
dell'ente accademico
o di ricerca,
è il
mondo dei documenti,
più o
meno multimediali,
che costituiscono
la "fonte"
della conoscenza
che dev'essere
organizzata.
Se un sistema informativo si pone l'obiettivo di assicurare il trasferimento ottimale dell'informazione, la sua incidenza sulla creazione della conoscenza avviene soltanto in un dominio derivato (non dico: secondario) di realtà: la creazione e lo sviluppo della conoscenza si avvantaggiano, senza dubbio, di una circolazione dell'informazione efficace e pervasiva, ma le stesse creazione e sviluppo della conoscenza costituiscno un che di diverso rispetto alla circolazione dell'informazione - e, solo in definitiva, della stessa conoscenza. Viceversa, un sistema cognitivo ha l'obiettivo di fornire mezzi e strumenti (logici e tecnologici) per generare interpretazioni di "primo livello" del mondo reale. Una struttura cognitiva non può quindi esimersi dall'incidere sullo stesso oggetto che costituisce la fonte primaria - e anche la giustificazione - della sua esistenza, arricchendo la realtà, mentre una struttura informativa accetta la realtà (in questo caso, dei documenti) e, bibliotecario e lettore insieme, l'arricchisce non di nuova realtà, ma portando alla luce l'informazione che in essa è come nascosta nel contenuto, in questa o in quella piega del linguaggio, dell'icona, del simbolo. È il vecchio mestiere della levatrice: portare alla luce quanto è implicito, dalla potenza all'atto, avrebbero detto i Tomisti. Diverso è il cómpito di un sistema cognitivo: gestire il corto-circuito fra autore e lettore, mediante un'organizzazione del lavoro che integra le attività dell'autore e quelle del bibliotecario-documentalista. Succede, così, che la conoscenza tacita che è posseduta dall'autore, e che è fonte creatrice del documento, non possa essere integralmente trasferita in ques'ultimo: il documento rinvierà, alluderà, in misura maggiore o minore, a quella fonte, ma la natura stessa del documento, sia pur multimediale, non potrà offrirne una registrazione esplicita e completa. È per questo, per esempio, che l'iniziazione esoterica si fa in viva voce, e alla presenza del maestro Passando dall'autore al documento, c'è quindi una prima caduta ontologica. La conoscenza che, in conseguenza dell'acquisizione del documento, si crea nel lettore, può possedere un grado ancóra inferiore di realtà, perché filtrata dalle caratteristiche umane, intellettuali e spirituali del lettore, la sua capacità di apprendere, la sua sensibilità, il valore delle sue conoscenze precedenti. Succede,
così,
che un buon
sistema informativo
possa far diminuire
l'entropia di
questo processo
di comunicazione,
ma certamente
non annullarla,
mentre un grado
ancora ben minore
di entropia
sarebbe viceversa
raggiungibile
qualora fosse
possibile creare
un corto circuito
fra autore e
lettore, proprio
come nel caso
dell'iniziazione
esoterica. È
esattamente
questa l'ipotesi
del sistema
cognitivo che,
nel caso, tende
a interconnettere
autore con lettore.
E poiché
questo contatto
non può
essere, in assoluto,
diretto, come
in un rapporto
a uno-a-uno,
il rapporto
non può
che non essere
di uno-a-molti.
L'organizzazione è ancora e sempre quella della biblioteca o del centro d'informazione e documentazione, non importa quanto tecnologicamente avanzato. Il professionista dell'informazione fa ancóra da intermediario, ma su un piano superiore di ricchezza ontologica e di efficacia cognitiva, e dunque anche informativa. Non si limita, cioè, a moltiplicare le porte di accesso semantico e semiotico a una base di dati statica (il che non è cómpito da poco), ma a creare chiavi interpretative del pensiero che fluisce dall'autore al lettore. Essenziale, in ciò, la funzione della tecnologia dell'informazione, che consente forme di lavoro collaborativo a distanza del tutto integrate. Si tratta allora di far collaborare strettamente le tre (o quattro) professionalità di cui sopra, per realizzare KBMS, sistemi di gestione di basi di conoscenza in grado di supportare adeguatamente l'onere della creatività oltre che quello del flusso informativo e documentale. Questo aspetto della circolarità e dell'interscambio costante tra professionalità diverse eppure integrate (o integrabili, e anzi necessariamente integrabili, se si vogliono realizzare strategie proattive di "governo" della conoscenza") già risalta in servizî tipici della biblioteca, come il servizio di reference, per esempio, nel quale la centralità dell'utente acquista il valore di elemento costituente, o in quello delle funzioni di gateway assunta dal bibliotecario-documentalista nel razionalizzare e facilitare l'accesso all'informazione (e sono funzioni che assumono sempre di più un valore di cardine nel lavoro di biblioteca, di fronte allo straripare quantitativo - ma anche qualitativo - dell'informazione accessibile via Internet) o, ancóra delle funzioni della learning library nel promuovere e assistere la didattica. Altra funzione-cardine, ma ancóra poco rappresentata nel mondo universitario, ed invece del tutto corrente e assolutamente ovvia in organizzazioni produttive di beni e servizî materiali, è quella della strumentalità della biblioteca per l'assunzione di decisioni gestionali: a quanti direttori di dipartimento è mai venuto in mente, per esempio, di interpellare il proprio bibliotecario per ottenere informazioni utili per poter scegliere tra alternative tattiche o strategiche del dipartimento? Eppure la biblioteca o il centro di documentazione e le professionalità del bibliotecario e del documentalista, integrate con quelle dell'utente e di ciò che abbiamo chiamato l' "esperto del dominio", sono lo strumento forse più perfetto per "macinare" intelligentemente dati, informazione e conoscenza, di qualsiasi genere [10]. Direi che, in definitiva, è proprio forse il mondo universitario e della ricerca l'ambiente privilegiato nel quale i metodi e gli effetti del lavoro collaborativo, intermediato dalla tecnologia dell'informazione, possano essere sperimentati ed "esportati", poi, nel mondo delle applicazioni KM per ogni tipo di organizzazione. Si tratterebbe, allora, della realizzazione di quella circolarità sempre più auspicata fra il mondo dell'economia e quello del pensiero, circolarità nella quale il ruolo delle biblioteche e dei centri d'informazione e di documentazione assumerebbe quel ruolo-chiave che la gestione della conoscenza indica e presuppone.
[1] La letteratura sul KM comincia a essere sconfinata, sia su supporto cartaceo sia, soprattutto, su quello elettronico. Rinvio qui, per brevità, in attesa di un'accurata e sistematica panoramica bibliografica sul tema, alle referenze poste in calce al mio "KM, Knowledge Management" e successivi, pubblicati a puntate su AIDA Informazioni a partire dal fascicolo 2/1998, anche online su <http://www.aidainformazioni.it/pub> [2] Eminente, nell'ormai ampia letteratura sull'argomento, il saggio di Lorenzo De Carli, Internet. Memoria e oblio, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, al quale oso aggiungere (ma non confrontabili con questo) due miei brevi articoli, Libri, editori e pubblico nell'era di Internet (in "Bibliotime", anno III, numero 2, luglio 2000 <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iii-2/bogliolo.htm>) e Lo spazio 'non fisico' della biblioteca (in "Bibliotime", anno III, numero 3, novembre 2000 <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iii-3/bogliolo.htm>) [3] Sulle nuove caratterizzazioni di queste professionalità emergenti nella considerazione sociale (e sindacale): Gian Paolo Prandstraller, Cosa ci ha veramente detto il XX secolo? Knowledge workers, imprese e relativismo pragmatico nel nuovo secolo, Milano, Franco Angeli, 2. ed, 2001 [4] Su questo e su altro, e per una discussione più approfondita: Piero Pagliani, "Conoscenza e gestione della conoscenza", in Categorie e modelli di conoscenza, a cura di Giliola Negrini, Milano, Franco Angeli, 2000, pag. 153-170. Tutto il volume presenta, comunque, un'integrazione di approcci scientifici differenti, ma complementari, sugli strumenti e sui metodi per l'ordinamento, la validazione e il trasferimento della conoscenza. 5] Sul tema, che investe anche la psicologia sociale delle organizzazioni, ha compiuto una veloce sintesi il finlandese Tapio Reponen, "Is leadership possibile at loosely coupled organizations such as universities?", in Higher Education Policy, 12 (1999), p. 237-244 [6] Choo Chun Wei, Information management for the intelligent organization: roles and implications for the information profession, <http://128.100.159.139/FIS/ResPub/DLC95.html> [7] Claudia Di Folco, Gaetano Golinelli, Roberto Antonio Di Marco, Introduzione di un sistema di knowledge management in un ente di ricerca: il caso ENEA. RT/GEN/99/5 <http://studi131.casaccia.enea.it/enea/apps/gen995.pdf> [8] Karen Calhoum, Designing networked information space at Cornell University Library: a case analysis, ivi. [9]
Charles T. Townley,
Knowledge management
and academic
libraries, in
College and
Research Libraries,
v. 62 (2001),
n. 1 (January),
presenta un'analisi
circostanziata
delle somiglianze
e delle differenze
rinvenibili
nei due modelli,
e delle conseguenze,
oltre che delle
prospettive,
derivanti dall'assunzione
di metodi KM
in ambienti
accademici e
di ricerca.
Analisi e risultati
simili presenta
Richard E. Lucier,
Knowledge management:
refinig roles
in scientific
communication,
<http://www.ckm.ucsf.edu/papers/RefinigRoles/RefinigRoles.html>.
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